Benvenhut a la Gárdia

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Benvenhut a la Gárdia

Ci sono storie che andrebbero raccontate in questi tempi bui. Storie che non si trovano sulle prime pagine dei giornali, che passano spesso inosservate senza sapere quanto siano piene di vita. 
 
Titolo: Benvenhut a la Gárdia
Genere: Storia
Proposto da: Emilio Malvaso 

Questa storia é legata a una terra poco conosciuta, e che però possiede una ricchezza riconoscibile da chi vuole osservarla con un po’ di attenzione. Accade in Calabria, centro del Mediterraneo, crocevia e scenario di colonizzazioni, conquiste, migrazioni di popolazioni di tutte le lingue e provenienze.

La Calabria ha quasi sempre avuto un ruolo marginale nei grandi eventi storici, come se le fosse toccato un destino di terra di passaggio; epperò, come un’antica pergamena, ha conservato molto del patrimonio e delle tracce, a volte in maniera insospettata, della gente che ci ha vissuto.

A testimonianza delle dominazioni dei diversi popoli, o dell’isolamento nel quale è vissuta la Calabria, ancora oggi in questa regione sono presenti 3 isole etnico-linguistiche ufficialmente riconosciute: il grecanico (greco antico), l’arbereshe (albanese d’Italia) e l’occitano che sono arrivate in Calabria per ragioni molto diverse l’una dall’altra. Ma se è piuttosto comprensibile che le prime due vi siano presenti data la loro vicinanza geografica, mi è sempre sembrato peculiare che l’occitano si trovi cosí lontano dalla sua zona di origine. In realtà, questa nobile lingua romanza, tra le primissime di cui si hanno testimonianze scritte e citata da Dante nella Divina Commedia, è sempre stata una lingua senza stato. Oggi sussiste con molte difficoltà in alcune regioni della Francia meridionale, nella valle d’Arán, in alcune valli alpine piemontesi e nel profondo sud d’Italia, a Guardia Piemontese in Calabria.

La storia dell’occitano in Calabria inizia nel XIII secolo circa, quando Carlo I d’Angió, francese e Re di Sicilia vi portó un gruppo di valdesi provenienti dal Piemonte e Lombardia affinchè si stabilissero con le loro famiglie. Negli anni seguenti altri valdesi decisero di seguirli anche a causa della forte disoccupazione delle valli lombarde e piemontesi e delle persecuzioni che soffrivano. Arrivati in Calabria, trovarono terre fertili e un clima meno rigido; così si insediarono anche in altre località montane dell’attuale provincia di Cosenza. Dopo circa due secoli trascorsi in armonia e senza conflitti con le comunità circostanti, in seguito alla riforma protestante del 1532 alla quale aderirono, l’Inquisizione di Papa Pio IV decise che tutti i valdesi di Piemonte e Calabria fossero sterminati e scatenò contro di loro una violenta persecuzione appoggiata da Filippo ll re di Spagna e di Napoli. Da allora in poi migliaia di valdesi, che vivevano a Guardia Piemontese e in altri paesi limitrofi furono trucidati senza nessuna distinzione di sesso o età. Le loro case furono saccheggiate e bruciate, e i pochi sopravvissuti costretti a convertirsi in maniera forzata al cattolicesimo. Furono vietati i matrimoni tra valdesi così come l’uso della lingua occitana; vennero inoltre sorvegliati costantemente da inquisitori mandati dal Papa e costretti a vivere isolati dai paesi circostanti. La data del 5 giugno 1561 é marchiata nella memoria di Guardia Piemontese come il giorno della strage; nel 2015 perfino Papa Francesco ha chiesto perdono per questo eccidio.

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Tuttavia l’occitano sopravvisse, e oggi il gardiólo è una delle varianti dell’occitano, ma senza dubbio riconoscibile. Guardia Piemontese è adesso solo uno dei migliaia dei paesini dell’Europa rurale che si stanno spopolando a causa della religione dell’economia che ci governa. Sono poche centinaia le persone che ancora lo parlano e che tra qualche decina d’anni non ci saranno più. Tuttavia, nella scuola cittadina l’occitano è ancora materia obbligatoria di studio, esistono associazioni culturali che provano a salvaguardarlo e c’è anche un piccolo museo. Non tutto è perso.

In questi ultimi mesi difficili, molti di noi si resi conto che abbiamo bisogno di una visione per noi e per gli altri; di tornare a vivere in simbiosi col territorio così come è successo per migliaia di anni e così come ha fatto l'occitano a Guardia. In fondo questa piccola storia non è nient'altro che il paradigma della resistenza, di come siano esistite ed esistano altre forme di condurre la propria esistenza, perché a tutti serve un Luogo da costruire e abitare; cioè ognuno di noi ha bisogno di avere un pezzo di mondo con un Dio dentro. Certamente Guardia Piemontese è ancora uno di questi luoghi e che occupano uno degli ultimi vagoni del treno della modernità. E se la direzione di questo treno cambia ci aiuterà a salvarci.

 
Së la porta touvë

Së la porta touvë avië durmì,
abë l’aiguë e lou vunt quë i m’avin mënè,
lhi trounë i më fazin lhi mashatourë,
lhi lampë i më simbrin torchë lëmè,
Ou vunt a më sëmbrië vuntë d’amourë,
l’aiguë i më sëmbrië poummë roudzè,
lë grèlë i më sëmbrin counfiëttë a miëndoulë,
la névë i më sëmbrië in mantë dë fiourë

(Poesia gardiola)

(Sulla tua porta avevo dormito, /con l’acqua e il vento che mi avevano accompagnato /i tuoni mi facevano da ambasciatori, /i lampi mi sembravano torce accese/ il vento mi sembrava vento d’amore, / l’acqua mi sembrava mele rossicce/ i chicchi di grandine mi sembravano confetti di mandorle, / la neve mi sembrava un manto di fiori).

Servizio della Televisione Svizzera su Guardia Piemontese: qui.